
Brevi appunti sull’opera di Tania Schifano
Chi conosca il ciclo pittorico realizzato da Tania Schifano negli ultimi anni, già così evidentemente folto di risultati di assoluta fermezza espressiva, non può non ricordare come tali elementi, accennati nella mostra odierna, fossero già istituiti in altri moduli: segnatamente quelli che, da un tenace contesto materico, rivelavano figure (o simulacri di figure) di una poetica esemplare ed anche enigmatica.
L’investigazione della memoria, suggerita e definita dai materiali primi del dipingere, percorre- nel lavoro recente di Tania - una posizione di recupero che traduce le emozioni in immagini: scegliere direttamente il vissuto, là dove l’artista l’ha incontrato, accettato e consumato: proporlo anche come ricostruzione seriale (una “lettura” verticale in questa attuale proposta dell’artista), e il consueto ricorrere a materiali poveri, legati alla quotidianità - come carta manipolata, sabbia, colori soffuso come suggerimento mentale dello spazio, accenno di figure generate dal solco della superficie materica.
Nel lavoro dell’artista siciliana predomina il deposito delle emozioni nate da esperienze vissute, l’ideologia del viaggio, la scoperta ansiosa di antichi riti, di tracce del passato ( la civiltà fenicia, ad esempio, o il fascino di Barcellona) e un “ritorno”alla necessità del simulacro della forma: una osmosi, direi, tra processi vitali e mentali, il conflitto “tra sacro e profano”. Ne deriva, mi pare, che nella ricerca suggestiva della Schifano ogni azione diviene spia di un universo illimitato quale quello dell’arte che include il mondo e tutto quello che appare.
L’inserimento nell’itinerario di un discorso artistico provoca effetti silenziosamente dichiarati, un colore, una superficie materia consapevolmente controllati – il segno, allusivo e determinante, e la forma, un’entità significativa che cresce sullo spazio di uno dei quattro lavori: selezionato come gli altri tre da un perimetro lacerato, artigianale e vibrante.
Rimane, per la giovane artista, la necessità non coatta di una produttiva pausa di riflessione. Il suo discorso creativo è legato alla prospettiva di uno sviluppo imprevedibile e fiducioso, c’è la scossa dei progetti e la passione di gestirli e risolverli. C’è un’intuizione globale, quasi (conscia o incoscia) tensione romanzesca – c’è la mirabile concludenza del segno, una incisività analitica attuale e ostinata. C’è la padronanza sui mezzi e sul linguaggio: il “racconto” proseguirà.
Franco Gentilucci, scrittore.
2004