
Viaggio attraverso il sublime
Mara Predicatori, FLASH ART MUSEUM
E’ strano come in un mobilificio che abitualmente intende restituirci la sensazione di stare comodamente e piacevolmente a casa, ci venga offerta la possibilità di un “viaggio attraverso il sublime”. Eppure è questo che, in qualche modo, tenta di fare Fantauzzi esponendo le opere recenti di Tania Schifano. Un viaggio - comodamente seduti su un divano o su una poltrona - in un Infinito alluso ed intrappolato nello spazio di un foglio e che, talvolta, la stessa Tania intitola “sublime”.
Ma cosa vuol dire sublime? E cos’è sublime? Non è certo questo il luogo per chiarire un concetto filosofico di così lontana tradizione e così, per certi versi, polivalente e ambiguo. Ma occorre tracciare un po’ l’itinerario di questo viaggio per offrire un vago programma a chi vorrà seguirci e dunque, in un’arbitraria semplificazione diremo che: sublime è l’idea di grandezza, infinità, potenza, che certe situazioni, certi paesaggi, forse, certe opere d’arte, riescono a suscitarci e di fronte ai quali l’uomo percepisce l’esistenza di un qualcosa che oltrepassa i sensi e l’immaginazione. Le opere di Tania, ci pare, offrono un repertorio di immagini capaci di suscitare questo sentimento e sono il frutto di una donna che produce attraverso questo sentimento. “Amo molto il mare e poi, di seguito, il cielo” dice l’artista. E in effetti, sembra di vederla Tania attraverso il filtro di certi suoi quadri completamente azzurri, a contemplare l’immensità blu del cielo e del mare. Ferma. Immobile. Ad accogliere l’idea di un frammento d’infinito. A farne la materia dei suoi quadri.
E questi quadri, talvolta, sembrano immagini da libri di astronomia: ammassi galattici e stellari, galassie, nebulose, materia interstellare e interplanetaria; talvolta, sembrano ritagli di tessuti preziosi: verdi lucenti come seta o superfici oro/bianche di laminato. Ottenuti attraverso un lavoro di tipo informale (Tania stende il colore direttamente con le mani sulla superficie della carta-stracci quasi a voler stabilire con essa un rapporto di continuità esistenziale) il risultato che ne viene fuori è una superficie quasi monocroma. Uniformi, senza linee, senza forme nette e senza incidenti, le sue carte come le sue tele rompono con ogni particolarità, relatività, contingenza, in nome di un’esigenza di espressione mistica o, quanto meno, lirica. D’altra parte, che l’annichilimento della forma –talvolta- non è altro che il mezzo per raffigurarsi l’Assoluto, ce lo aveva già insegnato Malevič nel 1919 presentando un “quadrato bianco su fondo bianco” come una porta spalancata sull’infinito e, dopo di lui e non isolatamente, Yves Klein per il quale le sue tele completamente blu, senza sfumature, erano la rappresentazione della “sensibilità pittorica allo stato di materia prima”. Tania, dunque, altro non fa che offrirci un’ennesima ma personalissima declinazione di quello che si definisce in ambito artistico il “monocromo mistico”.
Ora, l’abitudine visiva dello spettatore, di fronte a opere senza figure, è totalmente spiazzata. Egli, alla ricerca di una forma su cui poter fermare lo sguardo, muoverà la pupilla velocemente su quella superficie quasi immacolata constatando la quasi totale impossibilità di trovare alcunché su cui concentrare l’attenzione. Una volta che la caccia all’oggetto avrà dato risultato negativo, il riguardante o si allontanerà perplesso da qualcosa che non comprende, o si sentirà obbligato ad una riflessione ulteriore. Se si soffermerà ancora, se in fine le sue pupille si muoveranno più lentamente su quel rettangolo sospeso nella cornice senza passe-partout e su quelle tinte stemperate da un vetro fumé che rende tutto ancora più indistinto e sospeso, come in una visione tra la nebbia, vorrà dire che il suo pensiero si sarà lasciato sedurre dal fascino inesorabile di quel Niente che può contenere Tutto. Che vuol essere Tutto.
Non ci si aspetti che, come nelle immagini anamorfiche, alla fine compaia qualcosa da quell’indistinto. Non verrà fuori nessuna figura. La pazienza non sarà ricambiata con l’ammiccamento di qualche bel paesaggio. No. Ma forse da qualcosa di più. Forse sarà ricompensata da un sentimento di sublime vertigine di fronte a quel vuoto nel quale si intuisce in una frazione di secondo, in un lampo, che in esso non solo tutto vi sia andato distrutto e nientificato e la pittura è stata ridotta ad una tabula rasa, ma anche che in quel vuoto tutto vi può essere custodito e che tutto vi può germinare. Che quel vuoto altro non è che un vuoto riempibile dai nostri pensieri.
Proprio il giorno prima di entrare nello studio di Tania avevo sentito dire alla radio - per la verità in una ricezione non del tutto perfetta e per lo più distratta (forse una fantasia nel dormiveglia?!) - che qualcuno ha dimostrato la possibilità che nei buchi neri risieda il paradiso (o forse era l’inferno?). In ginocchio sul pavimento di quello studio, a vedermi sfilare avanti questi frammenti di costellazioni, quell’idea mi è ripiombata addosso con tutto il suo portato di meraviglia. In queste stesure di colore in cui sembrano perdersi le coordinate spazio-temporali può dunque risiedere la porta del paradiso?
Naturalmente sarebbe illogico dare risposte come illogico porsi tali domande. Ma una cosa, questa pazza associazione me l’ha lasciata intuire: la mente, di fronte a una tela che preferisce alludere alle cose piuttosto che parlarne, viaggia in quell’indistinto trovando luoghi, sensazioni, infiniti che nessuno mai sa raccontarci con le parole dei nostri linguaggi quotidiani.
Fare dell’opera d’arte lo spazio di un’apparizione. E in questa assenza di qualcosa, nell’annichilimento della forma e nel puro espandere di quel colore, far leggere l’eco e la traccia d’un inespresso, di una intuizione metafisica e primordiale dell’ineffabile. Questo mi è sembrato l’intento di Tania. Che ciò avvenga, spetta anche alla disponibilità dello spettatore a lasciarsi trapassare dall’ossimoro di un frammento d’Assoluto.
Mara Predicatori, FLASH ART MUSEUM Trevi (PG) 18-10-2001